Burnout” è un termine di origine inglese che letteralmente significa “bruciato”, “esaurito” o “scoppiato” ed è diventato un termine molto utilizzato per descrivere l’agonia dello stress da lavoro. Corrisponde in italiano al termine generico “esaurimento nervoso”. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS),è una sindrome derivante da stress cronico associato al contesto lavorativo.

La sindrome del burnout è multi-dimensionale e in essa coesistono tre dimensioni fondamentali:

  • Uno schiacciante esaurimento emotivo, ovvero la sensazione di essere emotivamente inaridito;
  • Depersonalizzazione intesa come sentimento di cinismo nei confronti del lavoro e delle persone;
  • Mancata realizzazione personale che comporta sfiducia nelle proprie competenze ed inibizione del desiderio di successo, con conseguente improduttività;

Riferimenti scientifici

L’esaurimento emotivo rappresenta la componente di stress che è alla base di questa sindrome e si riferisce al sentirsi sovraccarico e all’esaurimento delle proprie risorse emozionali e fisiche; la mancanza di abbastanza energia per affrontare un’altra giornata o un altro problema: rappresenta il “è davvero troppo”.

La dimensione del cinismo si riferisce ai sentimenti di negatività, spietatezza o eccessivo distacco dal lavoro e dalle persone che gravitano attorno a quel lavoro.

L’inefficacia, invece, rappresenta la componente dell’auto-valutazione e fa riferimento ai sentimenti d’incompetenza, carenza di risultati e di produttività nel lavoro.

I primi studi sull’argomento risalgono agli inizi degli anni ’70 e da questi si rileva che i fattori che possono predisporre la sindrome del burnout sono sia di tipo ambientale che individuale (Maslach, C. & Leiter, M.P.).

Fattori ambientali che possono determinare il Burn-Out

Per quanto riguarda i fattori ambientali si possono raggruppare in tre categorie:

  1. Caratteristiche del lavoro (sovraccarico del lavoro, scadenze pressanti, conflitti, mancanza di supporto, mancanza d’informazione, scarsa partecipazione nelle decisioni);
  2. Tipo di lavoro;
  3. Caratteristiche organizzative che riguardano soprattutto la violazione delle aspettative circa la distribuzione degli spazi, la presenza di gerarchie, regolamenti operativi, risorse, insicurezza sulle opportunità di carriera, impieghi a tempo determinato e conseguenti incertezze economiche.

Fattori individuali che possono determinare il Burn-Out

I fattori individuali, invece, riguardano i seguenti aspetti:

  1. Caratteristiche demografiche (maggiore incidenza nelle persone di età superiore ai 30-40 anni, non sposate e con livello culturale più elevato);
  2. Tratti psicologici: coloro che hanno un atteggiamento passivo e difensivo sono più a rischio di sviluppare questa condizione;
  3. Atteggiamento verso il lavoro: le persone che lavorano molto e duramente, perché nutrono notevoli aspettative nella loro professione (aspettative di carriera, maggiore guadagno, etc…) sono più a rischio.

È necessario sottolineare che la correlazione che i fattori lavorativi hanno con la sindrome del burnout è più forte rispetto a quella esistente con i fattori individuali e ciò pone l’accento sul fatto che tale disturbo dovrebbe essere considerato un disagio di origine ambientale piuttosto che individuale, che può portare a costi di gestione molto elevati, sia per l’organizzazione, sia per il singolo dipendente. Infatti i primi segnali riguardano la diminuzione della qualità del lavoro, della produttività, del tempo (aumento dell’assenteismo), diminuzione della pazienza, aumento della rabbia e quindi dei conflitti, nonché l’interruzione dei propri compiti lavorativi. Inoltre questasindrome può risultare “contagiosa” e coinvolgere mano a mano più persone all’interno della stessa organizzazione.

Nel maggio 2019, il burnout è stata riconosciuta come “sindrome” e, come tale, è elencato nell’11esima revisione dell’International Classification of Disease (ICD), il testo di riferimento globale per tutte le patologie e le condizioni di salute.

La pressione prestazionale è cresciuta e molti, […], non se ne rendono conto finché il loro organismo non si rifiuta di andare avanti e all’ultimo secondo tira il freno d’emergenza. Al superlavoro segue spesso il burn-out, l’esaurimento completo.”
Christina Berndt

Cosa non è il Burn-Out

Il burnout si riferisce soltanto al contesto lavorativo e, per definizione, non deve essere esteso ad altri ambiti della propria vita. Questo fenomeno occupazionale non va confuso, inoltre, con disturbi specificamente associati allo stress, come nel caso, ad esempio, del disturbo post-traumatico da stress, nonostante alcune manifestazioni possano essere condivise.

Non si può parlare di burnout, quindi, se:

  • Si è affetti da stress cronico in altre situazioni, come quelle familiari o relazionali;
  • Si soffre di: disturbi d’ansia e fobie specifiche, disturbi dell’adattamento e disturbi dell’umore (fra cui la depressione).

Non si tratta di burnout quando lo stress lavorativo è solo temporaneo, prevedibile e limitato nel tempo e le reazioni all’impegno psicofisico regrediscono con brevi pause di recupero (in questo caso parliamo di di-stress).

Psicobiologia della Sindrome del Burn-Out

Nella sindrome del Burn-out vengono attivati, in primis, gli assi dello stress relativi all’allarme e alla resistenza (l’asse simpatico-adrenomidollare e l’asse ipotalamoipofisi-surrene) con un aumento della produzione di adrenalina e cortisolo. Hans Seyle (1974), ritenuto un pioniere dello studio dello stress, ha ipotizzato che proprio la secrezione prolungata del cortisolo provochi la maggior parte degli effetti nocivi dello stress. Se non si riesce a stabilire l’omeostostasi si arriva alla fase di esaurimento, che nel breve-medio termine porta a sintomi generici quali il senso generale di insoddisfazione, sonno disturbato, turbe dell’emotività, ecc.

Nel lungo termine, la mancanza dell’omeostasi crea l’insorgenza o aggravamento dei quadri pregressi. Di conseguenza, partendo dagli studi eseguiti sull’ansia, in Carlson (2013): i livelli di BDNF, una proteina che regola la sopravvivenza dei neuroni e la loro differenziazione durante lo sviluppo, sono scarsi provocando una ridotta plasticità neuronale.

Per plasticità neurale, chiamata anche neuroplasticità, intendiamo quella capacità del sistema nervoso di modificarsi in risposta alle esperienze e allo sviluppo (Breedlove, Rosenzweig, Watson 2007: G-630). Nella sindrome di burnout troviamo anche significative alterazioni di dopamina e serotonina, composti che servono a modulare la funzione di ampie regioni del cervello, aumentando o diminuendo le attività di particolari funzioni cerebrali (Carlson 2013: 114). Le alterazioni della dopamina implicano la risposta, oltre che del movimento, anche dell’attenzione e dell’apprendimento. Le alterazioni della serotonina hanno effetti comportamentali complessi; la serotonina, infatti, gioca un ruolo importante nella regolazione dell’umore, del sonno e dell’arousal, cioè dello stato di attivazione neurovegetativa dell’organismo legato a cambiamenti dell’assetto fisico e psicologico di ogni individuo. Probabilmente la resilienza di ogni individuo può giocare un ruolo determinante per la sindrome di burnout.

Lo stress maggiore non è prodotto dalle scadenze autoimposte, bensì dalla sensazione di essere solo una rotella dell’ingranaggio”
Christina Berndt

Prevenzione

È una sindrome subdola e difficile da trattare, dunque, bisogna puntare sulla prevenzione, sulla messa a punto di tecniche e sull’adozione di approcci strategici, sapendo che esso non è affatto inevitabile se si fanno le cose giuste. Solo così l’individuo potrà “proteggersi”.

La pratica della meditazione è riconosciuta, fin dagli anni ’90, come tecnica efficace e focalizzata per la gestione dello stress, per il trattamento di molti disturbi psicopatologici e per il miglioramento delle funzionalità cardiovascolari e del sistema nervoso (Gioacchino Pagliaro).

Come esiste una tecnologia per creare il benessere esteriore, c’è un’intera branca di scienza e di tecnologia per creare il benessere interiore.”
Sadhguru

Tutt’oggi ci sono applicazioni in campo ospedaliero (in oncologia, neurologia, cardiologia oltre che in campo psicoterapico), e vi è un considerevole aumento dei corsi di meditazione nei luoghi di lavoro finalizzati alla prevenzione del Burnout e al mantenimento del benessere.

Alessia Tanzi da oltre 25 anni, lavorando nel mondo del business, si occupa di queste tematiche, utilizzando le tecniche del Kundalini Yoga (uno dei 23 tipi fondamentali dello Yoga che combina posture fisiche che rinforzano il corpo e tecniche di meditazione, respiro e ripetizione di suoni, detti mantra, per rinforzare il sistema nervoso, stimolare il sistema endocrino, allenare la ghiandola pineale, allenare il cervello, concentrare la mente, stimolare la mindfulness e dare energia all’organismo) e del Neuro Training® (una disciplina innovativa che proviene dalla Kinesiologia Applicata, successivamente arricchita, sviluppata e sperimentata per decenni dal ricercatore australiano Andrew Verity, fondatore del College of Neuro-Training in Australia e in Europa, e autore del libro ”The Efficient CEO Brain”).

Le ghiandole sono i guardiani della tua salute. Uno dei grandi segreti del Kundalini Yoga che spiega, con la sua potenza e dinamica, i rapidi risultati è l’abilità di far secernere le ghiandole
Yogi Bhajan

Grazie ai lunghi anni di studi ed esperienza nelle aziende e come consulente, Alessia Tanzi, ha progettato percorsi integrati specifici, che possono aiutare in maniera efficace ad uscire da depressione e burnout, con tempi diversi a seconda del caso specifico.
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